Associazione tra gli ex Consiglieri Regionali della Sardegna

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GIOVANNI LILLIU

La costante autonomistica sarda

(Relazione svolta a Cagliari presso l'ITIS "Giua" il 26 febbraio 1999)

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1 - Dopo i lunghi tempi dell'indipendenza, la Sardegna ha avuto uno strano marchio storico: quello di essere stata sempre dominata (in qualche misura ancor oggi), ma di avere sempre resistito. Un'isola sulla quale è calata per secoli la mano oppressiva del colonizzatore a cui ha opposto, sistematicamente, il graffio della resistenza.

In questa dialettica perenne i Sardi sono riusciti a mantenere, anzi a sviluppare, l'identità di popolo e, da ciò sostenuti, a percorrere, senza sosta, un cammino di autonomia, per il riscatto e per il ritorno alla libertà dell'origine.

Si discute, dagli storici, sul quando e sul come sia nato questo sforzo di organizzarsi secondo il proprio genio, corrispondendo a un diritto di natura e di gente sarda specificamente e diversamente connotata.

Vi è chi opina di riconoscere il punto iniziale della coscienza e del moto autonomistico nel periodo giudicale, quando in una vasta parte dell'isola - quella dell'Arborea - si era realizzata l'autonomia statuale, al punto che gli stessi dominatori stranieri della parte restante vi riconoscevano la nacion sardesca. Altri storici sono d'avviso che i presupposti della questione sarda, in termini di autonomia, stiano nel cosiddetto "triennio rivoluzionario sardo", cioè nei fatti verificatisi in Sardegna dal 1793 al 1796. Ma vi è infine chi pensa - io tra questi - che il punto critico del riscatto autonomistico vada collocato già al momento in cui la Sardegna fu spaccata in due dall'imperialismo cartaginese, alla fine del VI secolo a. C., perdendo l'unità nazionale morale e reale: il più grande dramma storico dell'isola. Allora fu travolta la lunga e feconda stagione dell'autonomia del popolo sardo e cominciò la storia millenaria della dipendenza isolana. Il modello cartaginese ha funzionato attraverso tanti altri troni e dominazioni per tutto il percorso storico della Sardegna sino al nostro tempo.

Infatti dalla dipendenza, per quanto si vadano cogliendo annunzi e attese liberatorie, i Sardi non ne sono ancora usciti, interamente. In quella drammatica circostanza sono nate le due culture che ancora distinguono e tormentano l'isola e i suoi popoli, è nata la dicotomia continente - mare, lo scontro libertà - integrazione, la questione della Sardegna. Fu allora che gli indigeni fuggiaschi, diventati veramente barbaricini per spazio geografico e per psicologia, dovettero pronunziare per la prima volta, nella genuina lingua sarda del ceppo basco - caucasico, il detto barbaricino "furat chie venit da e su mare", "ruba chi viene dal mare".

A quel nocciolo storico può risalire la formazione del tessuto culturale, il contesto socio - economico, la struttura spirituale e l'ordinamento giuridico (non ancora del tutto spento) dell'attuale mondo sardo delle "zone interne": un mondo, come tutti sanno (e meglio, dopo le indagini antropogiuridiche del compianto Pigliaru), antico, chiuso ma reattivo, carcerato (come in una "riserva") ma resistente e sprigionatore di autonomia.

2 - Scorrendo le fonti classiche, i frammenti che ci sono rimasti di quel paesaggio umano remoto della Sardegna in conflitto perenne con Cartagine e Roma dal VI secolo a. C. sino al I d. C., indicano la ripulsa del dominio e la determinazione di tornare a "su connotu", la stagione dell'autonomia. Gli autori greci e latini ci dicono di capanne sperdute dove i pastori si cibano soltanto di latte e carne, scrivono di loro tecniche militari difensive consistenti nel mimetizzarsi in boschi e caverne e di sortite improvvise per atti di guerriglia di tipo "partigiano". Ci parlano dei modi repressivi usati dai Romani, volti a snidare i ribelli con i cani poliziotto, quasi antesignani di quelli moderni, adoperati, anni fa, dai "baschi blu" nelle operazioni contro i "banditi" del Supramonte e più in generale nel Nuorese non integrato e resistenziale.

Conosciamo, dalla letteratura antica, stragi feroci di sardi, azioni di brigantaggio (così definite dai Romani come i nazisti chiamavano "banditi" i partigiani italiani della Resistenza) che costrinsero Tiberio a inviare nel 19 d. C., quattromila liberti ebrei coercendis illic (cioè tra le tribù montane) latrociniis. Sappiamo delle "bardane" dei Galillenses, annidati nei boschi dell'Ogliastra, che occupano periodicamente per vim i praedia dei Patulcenses Campani (i sardi collaborazionisti africanizzati e semitizati, poi romanizzati, del Basso Sarcidano, della Trexenta e di Parte Dolia), sottraendo messi e greggi dal III a. C. al 69 d. C.

Forse è venuto il tempo di spiegare alcuni eventi storici isolani, anche del Medioevo e dell'età moderna oltre alcuni dell'evo antico e contemporaneo, tenendo presenti questi meccanismi resistenziali: del grande scontro delle due culture del VI secolo a.C., della subcultura violenta della legge della montagna che esplode se accerchiata (la "riserva" barbaricina"). Ciò significa moderare i metodi di ricerca della storiografia tradizionale  della storia politica - diplomatica che è piena di falsità (è la storia dei vincitori, storia di parte) ed anche quelli di una storiografia che vuole spiegare la resistenza sarda soltanto con ragioni economiche - sociali, in una contrapposizione di classi, senza aver riguardo alle profonde cause della "storia che sta nel non averne", cioè le cause etniche - etiche intime alla convinzione nei sardi nel valore della propria cultura "minore" o  "minoritaria" (in senso di diversità). Si tratta di tener conto dell'importanza determinante dell'elemento "popolo", dell'elemento "civiltà" nella grande contesa sarda tra le due culture, dove sta il nocciolo vero, il plafond necessitante della resistenza costante, della conflittualità permanente, di una compiuta autonomia che ancora non c'è.

3 - Sono motivazioni etniche ed etiche, il senso e la ragione dell'appartenenza, che, ancora nel VI secolo d.C., tengono salde e compatte le indomite popolazioni dell'interno dell'isola, per un terzo della sua estensione: le civitates Barbariae con a capo Ospitone dux Barbaricinorum. E' uno stato indipendente e sovrano ancorato alle tradizioni di lingua, cultura e costume e legato dalla religione primordiale nel culto delle pietre e degli alberi. Nel 549 d. C., il papa Gregorio Magno scrive un'epistola al governatore bizantino dell'isola Zabarda, residente a Forum Traiani (Xrisopolis), per ringraziarlo di aver collaborato a concludere l'accordo con Ospitone con la clausola di lasciare libertà di propaganda per il cristianesimo ai missionari pontefici Felice e Ciriaco. Impotente a occupare con le armi il territorio saldamente in mano delle Civitates Barbariae, l'abile funzionario venuto da Bisanzio si era rivolto al papa romano per trovare una soluzione politica, per la via pacifica della religione, d'uno scontro che durava da settant'anni. In tal modo si sarebbe potuto rimuovere il pericolo costante alla frontiera del territorio isolano in possesso dei Bizantini, dovuto alle reiterate violazioni, sconfinamenti e aggressioni delle forze "barbaricine", imprese ritenute "banditesche" che mettevano in forse lo svolgimento regolare della vita, della società e dell'economia dei possedimenti imperiali. Se Ospitone e la  sua gente si convinsero di convertirsi alla nuova religione, non cessarono i conflitti, tanto che il limes venne rafforzato con presidi di milizie locali (limitanei), tutto intorno alla roccaforte della Barbargia di Ollolai, centro del potere indigeno. E il magister militum, il governatore bizantino, dovette ristare ancora al Forum Traiani, capo-saldo della frontiera, ancora per 49 anni, sino al 598, quando la sede, rasserenato il clima, fu trasferita a Cagliari. La conversione al cristianesimo non estirpò tradizioni, costumi e statuti. Si abbatterono le pietre sacre degli antenati, ma restò il "codice barbaricino" (ancora oggi non del tutto rimosso) che punisce il furto in casa propria ma lo considera atto di guerra in terreno altrui e lava le offese e tutela l'onore personale e di gruppo vendicandolo col sangue.  Un autogoverno, che può rasentare l'anarchia, un'eguaglitarismo quasi "solidarismo" che non ha radici soltanto nell'effimero scambievole economicistico  e volgare, ma anche nel vincolo etico d'un sistema creduto e sofferto sia pure a livello di comunità di villaggio, quando non di regione o di popolo nel comune denominatore dell'antica e comune difesa storica da tutte le dominazioni e colonizzazioni. Un cristianesimo, quello di Ospitone, "libertario" e intriso di paganesimo, che ha lasciato traccia, se non umore, in quello odierno dell'antica "riserva barbaricina".

4 - Un passo della Vita Ludovici imperatori (MGH, II, 632) fa parola del conte Bonifacio, prefetto della Corsica nominato da Ludovico I e preposto alla difesa generale dei possedimenti franchi nel Mare mediterraneo. Nell'anno 828, allestita una piccola flotta cui si aggiunsero il fratello Bernardo e altri, dopo aver perlustrato il mare senza trovarli, Bonifacio Sardorum insulam amicorum appulit. L'amicizia datava da tredici anni prima, da quando nell'815 legati di Sardegna si recarono alla corte dell'imperatore dei Franchi e d'Occidente per offrire doni non disinteressati. L'interesse stava nella necessità dell'impero d'Oriente, ancora sovrano della Sardegna, di avere aiuto dai Franchi contro gli Arabi per difendere il debole possesso, minacciato anche dai Sardi che già levavano voci di autonomia. Lo sbarco di Bonifacio è una forma di questo aiuto. Ovviamente un soccorso di "amicizia", non uno stato di dipendenza della Sardegna dai Franchi. D'altra parte, nel quadro delle notizie sardo - franche, si può ravvisare la tendenza dell'isola, se non a staccarsi, non potendolo, dall'Oriente, a orbitare nell'area della nuova grande potenza occidentale, in un sogno di lontana libertà.

5 - La caduta dell'Impero di Bisanzio e la perdita dei collegamenti con l'Occidente (con gli stessi Franchi) danno la speranza ai sardi del riemergere dell'antica nazione. Si forma appunto un governo autonomo, con a capo dei giudici, forse anche per suggerimento della Chiesa bizantina che, a differenza dell'autorità civile, non aveva perso del tutto l'influenza, mantenendo la presenza fisica e il potere spirituale coerente ai tempi e determinante nello sviluppo, per aver riflessi anche di natura economica. In questo libero e in certa misura indipendente periodo di storia sarda, si colgono i presupposti politici e istituzionali della formazione dei giudicati nel secolo XI.

Ha scritto Umberto Cardia che il carattere autonomo del regime giudicale deriva dal fondo etnico e da un senso comune sociale e culturale che tende a realizzare l'unità di popolo e nazione. Un ordine "sovrano", con soggettività statuale, si realizza alla fine del secolo XIV, nell'ambito del libero Giudicato di Arborea. Il quadro normativo è contenuto nella Carta de Logu, scritta il lingua sarda del tempo. Si palesa come un Regno indigeno (Barisone d'Arborea viene incoronato Re di Sardegna, in Pavia, da Federico Barbarossa, nel 1166). La memoria di questo Regno è rimasta nell'immaginario collettivo dei sardi, come istituzione di autonomia e di soggettività autonomistica, sino ai nostri tempi. Questa di Regno è un'idea centrale, un'idea forza che nutre circa centocinquanta anni di guerra d'una parte dei sardi contro lo straniero nell'isola. Un'idea pervasiva e resistente al punto che lo stesso conquistatore aragonese deve riconoscere alla Sardegna le caratteristiche  di Regno, come continuum nel tempo della statualità giudicale. Ne mantiene, infatti, la legge e gli ordinamenti propri nel quadro istituzionale della corona di Spagna: i Parlamenti e gli Stamenti. E' un farsi dell'autonomia come autogoverno, sia pure entro più ampi e dinamici sistemi statuali, con i quali non si confonde in quanto proprio d'un popolo che si identifica con una nazione: la nacion sardesca (così la titola il conquistatore iberico).

6 - Già dopo la conquista catalana - aragonese nel 1324 si manifesta un atteggiamento di opposizione non solo tra stato indigeno e stato invasore, ma tra elementi della società sarda e agenti della potenza dominante che tende ad occupare con suo personale tutti i gangli della vita ufficiale, laici e religiosi. Il nuovo ordine politico e la svolta ideologica ispanica si manifesta nei provvedimenti dell'Infante Alfonso d'Aragona prima e poi di Pietro IV il Giovane (1335) che fanno divieto di residenza e dimora nelle città e dintorni ai frati dell'Ordine dei Minori e dei Predicatori che non siano catalani e aragonesi. Forte la reazione, sino all'ostilità, dei frati sardi e corsi, in un sussulto di identità.

Con la fine del regno giudicale e, poi, del Marchesato d'Oristano nel 1478, a fronte della feudalità spagnola si afferma una nobiltà indigena, in specie la Casata dei Marchesi di Laconi (i Castelvì e gli Aymerich). Si fa più robusta la polemica tra il clero locale e quello d'obbedienza ispanica. Nel secolo XVI si avverte una ripresa e maturazione della lotta autonomistica del popolo sardo, nel senso di riserva di cariche e di governo per i sardi.

7 - Nel mondo ecclesiale, il 13 dicembre del 1559, i frati dell'Osservanza del Convento di Santa Maria di Gesù a Cagliari reagirono a un editto pubblico dell'Arcivescovo spagnolo Mons. Antonio Parragues de Castillejo che imponeva a tutti i fedeli di accudire agli uffici divini nelle loro parrocchie, pena scomunica, e non nel Convento degli Osservanti, frati non affidabili nella formazione e nello studio e poco devoti al Re. Questi risposero al Parragues attraverso la voce dal pulpito di fr. Arcangelo Bellid, nella chiesa del monastero femminile di Santa Lucia in Castello, proprio il giorno della festa della Santa. Il frate tra l'altro esortò i fedeli della chiesa di non aver riguardi né di accogliere la censura  intimata dall'Arcivescovo, che egli "si gettava dietro le spalle". Il discorso incauto gli procurò la prigione e la ritrattazione in pubblico. Ma diciotto giorni dopo la predica nel convento di S. Lucia, la replicò nella chiesa del proprio convento con le stesse parole e tono, questa volta protetto dal Viceré D. Alvaro Madrigal, a spregio dell'Arcivescovo che si era opposto alla celebrazione d'un Parlamento straordinario.

Il dissenso tra il Parragues (personaggio di vertice ecclesiastico e rappresentante della "grandeur spagnola") e il Bellid che si oppone interpretando i sensi di "ribellismo" dei confratelli in maggioranza sardi e corsi, non si pone tanto a piano disciplinare quanto in polemica politica. E' una contestazione che si colloca nel clima del secolo per così dire di "fibrillazione sardista". Alto clero e autorità regia, per frenare l'egemonia del personale sardo dell'Osservanza, fanno ricorso a flussi di religiosi iberici. Filippo II procederà ad una progressiva e coercitiva desardizzazione socio culturale - ecclesiastica del contesto civile ed ecclesiale del Regno di Sardegna. E se da una parte lo Stamento militare sollecita il Re, in data 8 maggio 1565, ad imporre che gli Statuti Comunali antichi di Sassari, Bosa, e Iglesias, originariamente in lingua sarda e poi tradotti in lingua italiana, siano nuovamente resi, per decreto reale, "en llengua sardesca o catalana" "que los de llengua italiana sien abolits talment que non reste memoria de aquels", dall'altra lo stesso Filippo II aveva proibito ai giovani sardi di recarsi, per motivi e ragioni di studi, alle Università italiane per costringerli a preferire quelle spagnole e sradicarli dall'area matrice culturale italiana. Ugualmente per il contesto ecclesiastico, e se, nelle chiese particolare o diocesi sarde, non c'era spazio per i prelati sardi e italiani, ma solo per quelli spagnoli, analogamente gli Ordini regolari dovevano essere  totalmente integrati e assorbiti nel conteso spagnolo degli stessi Ordini.

Il trapasso dalla Provincia di Sardegna a quella Ultramontana e l'incorporamento e l'unione dei frati alla parte spagnola non furono senza una forte resistenza da parte sarda. Il tentativo di riforma, basata sulla sostituzione dei "sardos discolos" con frati spagnoli, ad opera di fr. Vincenzo Ferri, nel 1565, incontrò la ferma opposizione del gruppo di frati sardo - corsi. Non migliore accoglienza toccò al drappello dei trenta prima e quindici frati delle Provincie aragonesi, venuti al seguito del Commissario fr. Vincenzo Angles, nel 1575. A questo i frati corsi, in Sassari, negarono l'obbedienza e, per di più, levandoli contro falsi testimoni, lo accusarono nanti il Generale e Protettore dell'Ordine che lo esonerò dalla Commissaria di Sardegna. L'Angles, in spregio dell'ordine del Ministro Generale, continuò a mantenere l'ufficio, ciò che aumentò lo sdegno dei frati i quali insorsero in aperta ribellione al suo vice fr. Pedro Cortès. E' verosimile che la ripulsa dei frati sardo - corsi ad essere agiti da superiori esterni per operare in autonomia, non fosse rimasta nascosta al popolo, data la consuetudine con i religiosi, predicatori d'ufficio e padri spirituali. Possibile, dunque, che si fosse ingenerata anche nella gente, una crisi di credibilità, il sospetto di essere suddita d'un potere estraneo e intruso e la voglia di eliminarlo, nel giusto momento, per fare da sé.

La rivendicazione "sardista", nel senso di riserva di cariche o di ruoli di governo per gli indigeni in ogni campo, non viene meno nel secolo XVII. Ma costituì premessa ai moti angioyani della fine del '700. Moti avversi al dominio piemontese che già all'inizio di secolo, nel 1718, aveva tradito l'impegno politico principale, assunto con il Trattato di Londra, di mantenere le leggi e gli statuti dell'isola, pattuiti con la Spagna; tra l'altro di avere Viceré indigeni.

8 - Il passaggio della Sardegna al Piemonte, frutto d'un baratto, dette occasione al costituirsi d'un partito "patriottico", e luogo al formarsi d'un nuovo fronte di resistenza e di opposizione contro l'ultimo venuto. Questo era ritenuto un corpo alieno e repressivo, non meno dei precedenti, intento all'integrazione dei sardi e voglioso di istituire, come di fatto fu istituito, uno studiato rapporto di tipo coloniale. Il vantato riformismo del Ministro Bogino, a giudizio di storici di parte non piemontese, non può essere riferito ai quadri concettuali del vero riformismo settecentesco. Non procura una crescita dal basso né rimuove le incrostazioni del passato - soprattutto il feudalesimo - per il cambio democratico. Concesse talune realizzazioni positive (Università, Monti Granatici, pratiche agricole), il quadro strutturale risultò inefficace e tale da ingenerare credibilità nei così detti "riformatori". Non ne sortì unione tra governanti e governati. La dissennata politica di "integrazione", aprì un solco, creò un incompatibile dissidio tra le due parti. Era inaccettabile dal partito "patriottico l'inconsulto e incolto tentativo di piemontesizzare culturalmente e linguisticamente la Sardegna e di snazionalizzarla sottraendole quel che rimaneva ancora della propria identità con i diritti di autonomia, seppur "deboli", acquisiti nel passato.

Dal passato rimaneva intatto il quadro negativo: problemi insoluti, le sofferenze del popolo e le angherie dei ceti elevati, l'economia stenta, lo sviluppo zero. Permanevano integri gli ordinamenti feudali, l'oppressione  fiscale, l'espropriazione delle risorse del luogo, l'esclusione quasi totale dagli uffici dei "nazionali". Il campo era tenuto dalle sopercherie del potere politico, civile e militare, da governatori forestieri corrotti e abbietti, circondati da cortigiani in prevalenza piemontesi e nizzardi non meno disonesti e corrotti, da ufficiali e soldati di ventura.

Tutto ciò non poteva non indurre i sudditi d'uno Stato tra i più "oscuri" d'Europa, tra i più piccoli ma più "assoluti" e "conservatori", ad una avversione - specie nel cresciuto ceto borghese e nei pochi magistrati indigeni - e a uno stabile e diffuso sentimento antipiemontese che sfociò, di necessità, nell'azione rivoluzionaria di fine secolo.

9 - I fatti rivoluzionari del triennio 1794-1796, lungi da essere stati, come nell'interpretazione d'una certa storiografia di "palazzo", jacqueries contadine, senza negare il carattere peculiare sardo, si spiegano nel quadro dei sommovimenti  sociali che da Parigi si irradiavano in Europa e nel mondo nel segno repubblicano e autonomistico. La vittoria sui Franchi nel 1793, con azione congiunta e unità d'intenti di aristocrazia, borghesia, clero e popolani indigeni, fu un "trionfo" della volontà di indipendenza dei sardi, il risultato d'un popolo che si compatta nel segno e nella coscienza di appartenere a una nazione che si risveglia e insorge, vincendolo, contro lo straniero. I moti espressi dalla borghesia urbana - leader la magistratura indigena della Reale Udienza in uno ad elementi popolari, usciti alla espulsione di piemontesi e nizzardi della città di Cagliari e di altri luoghi dell'isola (in capo il Viceré Balbiano, nel 1794), trovano l'input nell'onda secolare della rivendicazione di autogoverno dei sardi. All'idea di autogoverno, riscatto dalla servitù al dominio, espressione di libertà democratica, si rifaceva la Carta dei diritti della Sardegna, elaborata e approvata dagli Stamenti quasi all'unanimità. Nell'evento di ribellione, esaltato sino alla cacciata del conquistatore di turno, è da vedere, secondo Umberto Cardia, la prima, per rimanere l'ultima, vendetta storica della nazione sarda.

Vendetta effimera in quanto l'unità degli anni 1973 e 1974 si ruppe già nella seconda metà di quest'ultimo anno con il colpo di forza termidoriano del Pitzolo e del La Planargia, circuiti da emissari del governo sabaudo, finito per loro in tragedia. Nel contempo vi fu la secessione della città di Sassari e del Capo di sopra, procurata dalla feudalità sardo-iberica, complice lo stesso governo sabaudo. L'ala moderata della borghesia cagliaritana (i Cabras, i Pintor, il popolano Sulcis), leaders della sommossa autonomista antipiemontese e gli esponenti dell'aristocrazia e della feudalità sarda arretrarono rispetto alle precedenti posizioni unitarie. Gli elementi della borghesia giacobina e repubblicana, fautori dell'indipendenza dell'isola e filofrancese (il Cilocco e il Mundula) si misero a capo dei moti di jacquerie rurale, del movimento popolare antifeudale delle villi del Capo di sopra  che, nel 1975, si era concentrato nell'assalto e nel saccheggio di Sassari e concluso con la cacciata dalla città dei "realisti" (esponenti del governo, del clero e della feudalità conservatrice).

In questi fatti si inserisce, come moderatore, Giovanni Maria Angioy, il personaggio più eminente (tale resterà anche nel ricordo storico) delle vicende del tempo alimentate dalle speranze di liberazione dell'isola viste in un quadro europeo. Angioy, nato a Bono, nella profonda regione montana di Sa Costera, nel 1751, da genitori nobili e possidenti, era uomo delle zone interne, quella generatrice, per natura, di "ribellismo" e di coscienza "resistenziale", accetto dunque a un fiero popolo agreste. Uomo grato anche all'ambiente chiesastico; il fratello maggiore arciprete della Cattedrale di Nuoro, lo zio materno canonico della cattedrale di Sassari, per di più il padre fattosi prete in vedovanza. D'altra parte, laureatosi in giurisprudenza nell'Università turritana, aveva attinto in questa città di tradizioni repubblicane stimoli e umori culturali laici. Da ultimo, portatosi a Cagliari per la pratica forense, vi esercitava apprezzata avvocatura e, provvisto di profonda dottrina giuridica, toccava l'apice dell'accademia con l'insegnamento di diritto civile in quell'Ateneo. Impiego, quest'ultimo, parzialmente appagante ma non soddisfacente in pieno le sue ambizioni di soggetto attivo nella classe dirigente, da lui esplicata nel raggiungimento del grado elevatissimo di giudizio di giudice della Reale Udienza, braccio di giurisdizione e di governo in vacanza viceregia. Uomo, dunque, Angioy con radici e interessi negli ambienti culturali, economici e sociali, differenziati, dei due capi dell'Isola. Impegnato anche nella conduzione dei suoi possedimenti terrieri e nel mercato, realizzata secondo gli indirizzi in materia dell'illuminismo.

Agli inizi della carriera Angioy non era giacobino né repubblicano. Era un autonomismo, fiero di appartenere a una "nazione minore" e far parte d'un gruppo etnico ben definito: il sardo. Era fautore dell'abolizione del sistema feudale, ma per gradi, nella prospettiva dell'autogoverno da realizzarsi, nel tempo, all'interno della monarchia. A fondare e concretare il governo autonomo sardo avrebbero dovuto concorrere, in unità d'intenti, forze borghesi e popolari urbane, ma fondamentale sarebbe stata la sinergia del mondo rurale di tutta l'isola con le proprie risorse umane ed economiche attivate in un sistema di corretto capitalismo, come quello allora emergente nel contesto europeo. Questo era il progetto dell'Angioy, riformista e illuminista, atto al progresso integrale della Sardegna, quando il Viceré, d'accordo Stamenti e Reale Udienza, gli affidavano una delicata missione. Al giovane e intraprendente leader del partito democratico, a cui cultura e culture della terra sarda stavano in testa e in cuore, veniva dato l'incarico di pacificare il Capo del Nord turbato dalle jacqueries, e di governarlo e normalizzarlo, con titolo e carica di Alternos, munito di pieni poteri. Nel pieno vigore dei suoi quarantacinque anni, con la coscienza d'un grande dovere patriottico e d'una missione quasi salvificata in un certo senso della nazione sarda in attesa di tempi liberatori quali erano quelli che andavano compiendosi nel contorno europeo, l'Alternos partiva da Cagliari dove per un destino infausto quanto fausto l'inizio, non avrebbe fatto ritorno. Era il 13 febbraio 1796.

Un viaggio lungo il suo, esaltante, tra speranze e acclamazioni d'un popolo fiducioso del riscatto dopo tanto dominio di padroni esterni e mediatori interni. A Sassari l'Angioy entrava trionfante nella città, alla testa di oltre mille cavalli e uno stuolo di paesani a piedi, in variopinto corteo, per la porta di Sant'Antonio. Qui veniva accolto dai suoi fans con evviva, grida, lazzi contro i baroni feudali e i traditori "realisti" della nazione sarda di cui si osannava la libertà. Nel dare inizio al governo democratico, l'Alternos reintegrava il vuoto di potere adottando alcuni provvedimenti normativi al "nuovo": atti rivolti alla pacificazione. Quanto all'anarchia e le ribellioni che si erano fatte più forti e organizzate nelle ville, inviava il personale di propria fiducia e vicino politicamente, a temperarne l'emozione. Ma dal contado rispondevano che egli in persona si recasse tra le comunità villatiche per ascoltare le impellenti volontà di riscatto e si ponesse alla guida del movimento. Dalla vasta confederazione antifeudale, formata da rappresentanti del clero, dei consiglieri comunitativi, dei prinzipales, venivano voci su sempre maggiori abusi e danni irreparabili procurati dal regime feudale.

Alfine, mosso dall'intento di indurre i rivoltosi alla moderazione e dalla duplice sollecitazione, quella dei vassalli e quella pressante e quasi minacciosa del Viceré, l'Angioy si partì da Sassari verso le ville in agitazione il 2 giugno 1796, con la scorta di miliziani, dragoni e amici. Ai vassalli egli fece balenare la speranza di ottenere dall'autorità preposta il riscatto dei feudi, quando questa fosse la ferma volontà popolare. Si trattava di far constatare al governo regio, del quale non si contestava la legittimità, rinnovando anzi il pieno sentimento di fedeltà al Sovrano sabaudo, la decisa intenzione dei villici di liberarsi dal giogo feudale. E ciò poteva essere reso visibile attraverso una marcia pacifica di popolo verso la sede viceregia guidati dall'Alternos. Pertanto i convenuti si accordarono di accompagnarsi con le loro milizie a cavalli e a piedi, al viaggio dell'Angioy.

Il viaggio si svolse non senza difficoltà, a causa di scontri con milizie della parte baronale e insinuazioni d'un sollevamento dei commissari governativi del Marghine e di Bosa. Giunto con i suoi a Oristano, l'Alternos si premurò di inviare un messaggio nel quale diceva di trovarsi colà a capo d'una schiera di vassalli del Logudoro in armi, i quali chiedevano un abboccamento col Viceré, o in sua vece, con una deputazione degli Stamenti in luogo da loro scelto allo scopo di esporre le lagnanze e l'indignazione per non aver avuto alcun riscontro circa provvedimenti atti a rimuovere l'oppressione feudale. La provincia logudorese rimaneva "fedele a Sua Maestà", ma era altrettanto ferma e risoluta nel difendere diritti, interessi e privilegi della "Sarda Nazione". La lettera dell'Alternos si incrociava con ben diverse determinazioni del Viceré, avvallate dagli Stamenti. Una missiva viceregia spedita ai ministri di giustizia delle singole comunità del Capo di sopra, li informava che l'Angioy era stato rimosso dalla carica di Alternos, e gli si ordinava di non prestare obbedienza, sotto pene gravi estensibili alla morte. Inoltre il Viceré radunava con urgenza gli Stamenti e le due Sale della Reale Udienza, denunziando il movimento dell'Alternos come rovinoso per la monarchia, al punto di dover essere represso con le armi. Si decideva, in conseguenza, di apprestare un corpo di esercito da mandare incontro alle milizie dell'Angioy prima che si muovessero da Oristano verso la capitale, attivandone la difesa.

L'Angioy, avuto sentore delle determinazioni di guerra, decise di arretrare le sue truppe verso il villaggio di Massama, accampandovisi. Al ponte del Tirso venne lo scontro di fucileria tra i contendenti, alla pari per qualche tempo. Ma essendo poi caduto il capo dell'avanguardia angioyana, i restanti combattenti ripiegarono verso il campo di Massama, dove l'Angioy, constatata la situazione di disfatta, sbandati e dispersisi parte dei militari, ordinò la ritirata verso Sassari, con i resti! A Sassari venne ricevuto dal Mundula e dai suoi amici. La città lo accolse ancora con esultanza assiepandosi nelle vie e inneggiando alla libertà, persino col grido francese del ça ira. Un modo, questo, per mascherare la sconfitta e tenere in vita un sogno di futura rivincita. Ma la sera dello stesso giorno del festoso reingresso, Angioy lasciava silenziosamente la città, dirigendosi a cavallo con una piccola scorta armata a Portotorres. A notte, con i fidi amici di ideali e di battaglie democratiche, s'imbarcava su un veliero napoletano diretto ad Ajaccio. Era la prima tappa dell'esilio, per lui senza ritorno. Per la storia l'epilogo del triennio rivoluzionario. Si vanificavano gli empiti di libertà, di autonomia. di autodeterminazione, di orgoglio nazionale espressi con la vittoria sui Francesi, la cacciata dei Piemontesi, l'autogoverno stamentario dopo l'esecuzione popolare dei "realisti" Pitzorno e Paliaccio, i moti antifeudali, la marcia dei vassalli logudoresi per la difesa della nazione sarda. Tutti questi esaltanti avvenimenti, tesi alla liberazione nazionale, diventavano per i democratici rovello di memoria e pena per le battaglie perdute, per i reazionari un oggetto di fastidio da cancellare anche dal ricordo storico. Ancora una volta la Sardegna accumulava la storia delle occasioni perdute per effetto delle divisioni e per una sorta di accettazione d'un ruolo di martire del dominio secolare.

Non stupisce che, dopo tale tragica débacle, Giovanni Maria Angioy, nel definitivo esilio a Parigi, non fosse rimasto altro che una vendetta "virtuale": quella di diventare giacobino e repubblicano e, nel 1799, nove anni prima della morte, di sollecitare il governo francese a procurare la liberazione della Sardegna, occupandola militarmente.

10 - Per effetto della dura repressione dei moti angioyani, nel primo ventennio dell'800 caratterizzato dalla cresciuta integrazione e subordinazione politica ed economica dell'isola al Piemonte, e, poi, dalla ambita e subito deprecata fusione del 1847 conclusa con la Costituzione albertina, gli antichi istituti di autonomia sarda decaddero e l'autonomia stessa, come sentimento, entrò in una grande zona d'ombra. Né valsero a restituire le sorti, i sommovimenti rurali contro le chiudende e il ritorno a su connotu (1832, 1868). Né, tanto meno, il revival romantico della più remota storia patria, l'orgoglio retorico di popolo e nazione, celebrati dagli autori delle false Carte d'Arborea.

La fusione aveva addormentato gli spiriti, ma non di tutti. Il senatore Giuseppe Musio, già mentre si costruiva (1848), parlava di "fusione" condizionata, avvertendo la non utilità della "non perfetta mischianza di tutto nostro e di tutto noi con i continentali". Nell'anno medesimo il canonico Fenu vedeva la soluzione delle sperequazioni tra la Sardegna e il Piemonte nell'istituzione di un Parlamento sardo, il quale "darà ai sardi una capacità di iniziativa che non hanno mai potuto avere perché tutte le cose sono state decise dagli altri".

Una quindicina di anni dopo la fusione, Giovanni Battista Tuveri annunciava una nuova questione, la "questione sarda" e invocava un'insurrezione antipiemontese del popolo sardo a favore dell'Inghilterra. Egli saldava tale questione all'idea repubblicana, democratica e federalista, dello Stato. A questa idea si riferiva anche Giorgio Asproni il quale, però, inclinava al moto di unificazione dello Stato italiano rivolto soprattutto al sostegno delle impoverite plebi meridionali contro lo sfruttamento del capitalismo settentrionale. In lui era la coscienza di una patria isolana con una precisa etnia e una particolare cultura. Ne difese e promosse gli interessi ed esaltò la libertà, tanto da incitare i sardi a "muovere" i loro "Vespri".

 Scriveva Giovanni Siotto Pintor che "in ogni tempo i continentali tennero le isole come colonie, come spugne da spremere e da succhiare. Con piede tardo arrivò il 1848 allorché, invasa la popolazione da quella mattezza collettiva della quale più esempi si vedono nella storia, gridò l'unione immediata, la quale contro ogni buon costume confuse le sorti di un infante con quelle di un popolo maturo. Quando sarà che le isole raggiungeranno il continente senza chiedere venia allo statuto, io risponderò che non mai. Dunque, non può essere col continente unione, anzi separazione. Ciò è sentito da tutti gli isolani di ogni parte dell'isola. Se vi si facesse un plebiscito, compresi i ragazzi, senza dubbio nessuno voterebbe per essere lasciati a sé". Il Siotto Pintor nella Storia civile dei popoli sardi, celebra i moti antipiemontesi dell'ultimo decennio del Settecento e il tentativo di G.M. Angioy e dei suoi seguaci teso a fondare su nuove basi politiche e sociali l'autonomia della Sardegna. In pari tempo (1878), collega l'autocritica collettiva dei sardi alla fusione del 1848, al ricordo degli istituti di antica autonomia e del triennio rivoluzionario.

11 - Nell'ultimo ventennio del secolo XIX la questione sociale, determinata dai turbamenti del mondo rurale e dai moti in quello minerario e operaio urbano, si accomuna alla rivendicazione politica, sostenuta dai partiti socialisti; né mancano riflessi in queste istanze della specificità etnica, storica e culturale dell'isola. Ma gli auspici di liberazione della Sardegna si palesano, più espliciti, con accenti di protesta e di riscossa, nella poesia colta e popolare, nell'arte, nella narrativa a sfondo popolare.

La poesia popolare del su connotu, d'intonazione sociale con occhi volti ai valori del passato, prepara il clima culturale in cui produrranno Sebastiano Satta e Grazia Deledda. Il primo attinge l'ispirazione socialista negli anni di studio nell'Università di Sassari: un socialismo di natura "sardista" che non perde le implicazioni borghesi. Satta esalta il popolo sardo con una aggressione verbale di tipo sciovinista. Il suo indipendentismo socialista si alterna al desiderio della bara d'elce in cui porre la Sardegna per sprofondarla in mare . Nella Deledda, che non ha deviazioni socialiste ma non è immune dal positivismo, il "sardismo" è meno drammatico, non impegnato, perché il suo non è il sardismo politico. E' il "sardismo" di coscienza della diversità. E' un sardismo "enfatico", ma sincero. La sardità autentica sta, per lei, nei valori che ripropone la forza fantastica e artistica dei suoi romanzi. Il "sardismo" è recuperato anche attraverso il folklore che non è di cornice ma si sostanzia di valori, è cultura sarda irrinunciabile senza di che i suoi romanzi non hanno senso.

12 - Le aspirazioni autonomistiche riemergono nel movimento di opinione antiprotezionista contro gli industriali del Nord, negli anni 1907 - 1909. Il movimento unisce nell'azione ambienti intellettuali, borghesi ed operai e si rispecchia anche nella stampa quotidiana e periodica del tempo. Nel foglio socialista "La Folla", nel dicembre del 1907, si svolge un significativo dibattito sul "separatismo". Altri fogli socialisti, nelle elezioni politiche del 1909, sostengono la candidatura del radicale e autonomista Umberto Cao. Sintomi interessanti di risveglio autonomistico si traducono, negli anni precedenti la prima guerra mondiale, nell'intensa azione di propaganda svolta nel Sassarese e nel Logudoro, dal bonorvese Giovanni Antioco Mura. Egli tentò di sviluppare, operando nel mondo contadino, le idee del socialismo sindacalista con l'innesto di istanze autonomistiche e sardiste, nel solco nell'antico movimento angioyano.

Di notevole rilievo nella storia del "rinascimento" dell'autonomia, appaiono la visione teorica e l'attività politica del nuorese Attilio Deffenu. Di educazione anarco - socialista e antiprotezionistica, auspica la nascita d'una borghesia imprenditoriale sarda, autonoma, moderna, da porsi come nuova classe dirigente. Nel capitalismo endogeno e nell'economia liberista vede il "risorgimento" politico, sociale e morale. Dunque, un autonomismo di classe, avulso da un progetto istituzionale e territoriale di autonomia, fondamento di compiuto autogoverno.

Nel V° Congresso socialista sardo, governato da Angelo Corsi e Alberto Figus, emerge forte la richiesta d'un regime di autonomia politica, da realizzare con l'istituzione di un Parlamento sardo legiferante; dirigente la classe operaia. Nel 1918, anno di celebrazione del Congresso socialista, Umberto Cao, che ebbe un ruolo di primo piano nelle vicende politiche cagliaritane del primo decennio del secolo, promosse un Manifesto per l'autonomia istituzionale e territoriale della Sardegna.

13 - Nel solco di questa tradizione, finito il conflitto mondiale 1914 - 1918, il movimento autonomistico e sardista fece un grande balzo in avanti. Diventò movimento di massa. Nacque dall'esperienza della guerra che vide "uniti" oltre centomila soldati, proletari e piccoli borghesi, reclutati nell'isola. L'istanza autonomistica fu raccolta dapprima appunto dall'Associazione di militari e reduci fondata nel 1918 da Camillo Bellini e Arnaldo Satta Branca. L'Associazione non fece suo l'appello del Cao per la creazione di un "Partito autonomista sardo che proclami la necessità dell'autonomia, già rivelata nella germinazione improvvisa e vigorosa d'un sentimento comune". Un partito autonomista, come "Partito sardo d'azione", dopo l'elaborazione teorica dovuta ai suoi più eminenti rappresentanti (C. Bellieni, E. Pilia, E. Lussu, U. Cao, Fancello e altri), nacque e si costituì nel congresso di fondazione, tenuto a Oristano il 16/17 aprile del 1921.

Motivo ideale del Partito era la "conquista dell'autogoverno e della sovranità per il popolo sardo e per il popolo italiano". Partito di popolo inteso a "dare coscienza di sé al proletariato". Autonomia regionale da esplicare nelle forme della libertà doganale, del libero mercato e scambio, in regime sociale di uguaglianza economica, da realizzarsi attraverso la costituzione di sindacati. La produzione che ne deriva "sarà tutta dei lavoratori e per i lavoratori". Il maggior teorico - C. Bellieni - auspica uno Stato federale di Regioni-Stato con potestà d'imperio, con poteri primari nei campi di competenza riservati all'Ente-Regione, espresso dal basso, dall'ambito delle province. Nel Partito trovano rispondenza le aspirazioni di un mondo in prevalenza rurale e pastorale, ma non estraneo alle città e alle zone minerarie, diretto da intellettuali della piccola e media borghesia urbana e delle campagne. Nel Partito sardo d'azione si distingue, sebbene in minoranza, un'ala di sinistra, che fa capo a Emilio Lussu, nella quale l'autonomismo acquista una duplice valenza. Vuole rivendicare un nuovo quadro istituzionale federale o regionale a livello alto di "potere" e, insieme, riscattare le masse lavoratrici sarde indirizzate ad assumere ruolo e funzione di autogoverno. Con l'andare del tempo, nel 1972, Lussu diventa federalista, socialista e internazionalista. D'altronde, lo stesso Bellieni, nel 1925, quattro anni dopo la nascita del Partito, a fronte della crisi dello Stato democratico, affermava l'esigenza di riprendere il contatto con le masse proletarie d'accordo con quei partiti che le rappresentano, e che in questo ritorno alle masse stava il vero significato della parola "autonomia".

14 - Se il maggior riferimento di appartenenza etnica, cementata dal sentimento unitario autonomistico, va al partito che assume significativamente il nome di sardo, nondimeno l'autonomismo regionale tocca, seppur con minore intensità, altre forze politiche di massa di ampio spettro nazionale.

Su d'un moderato autonomismo si fonda il Partito popolare italiano, di derivazione giobertiana e sturziana, con base larghissima nel mondo rurale e nei ceti medi urbani. Un grande partito di contadini, scriveva A. Gramsci nel 1920. In Sardegna attrasse a sé parte dell'aristocrazia post - feudale di tradizione piemontesizzante e sabauda e i transfughi dal coccortismo e dal democratismo radicale. Essenzialmente municipalista, incline alla conciliazione tra Stato e Regione, tendenzialmente monarchico, il partito sturziano è orientato a una semplice riforma dello Stato. L'Ente elettivo, rappresentativo, autarchico e legislativo previsto da Sturzo, non esclude poteri dell'apparato burocratico statale. Nel popolarismo entra pure il meridionalismo come suggestione salveminiana e l'interesse per la classe rurale ha preoccupazioni economiche e religiose a sé stanti.

Anche l'ala federalista e municipalista del Partito italiano d'azione propone un discorso autonomista. Rivendica l'indipendenza dell'ente - Regione dallo Stato per tutte le funzioni di natura economica e sociale con potestà d'imperio primario nella propria sfera di competenza determinata dai limiti posti dalla sovranità dello Stato federale costituito dalle Regioni.

All'interno del Partito comunista italiano risalta l'ipotesi gramsciana di autonomia. Già nel 1922 Gramsci avanza la parola d'ordine sulla trasformazione dell'Italia in una "Repubblica federale di operai e contadini" e suggerisce l'opportunità di dialogare in Sardegna, a tal fine, con il Partito sardo d'azione. La questione sarda è da risolvere a partire da una rivendicazione etnica - territoriale e dalla remota, diffusa e insistita aspirazione all'autonomia e all'autogoverno, con ripetuti tentativi, peraltro mai riusciti, di sottrarsi al dominio straniero e di darsi proprie istituzioni. Questo storico anelito al riscatto si rifletteva anche nel sovversivismo elementare, sino a forme deviate, delle masse contadine e popolari sarde e nel loro istintivo sentimento anti-continentale. Occorreva, dunque, riunire e organizzare queste forze matrici, implicitamente, dell'autonomia in un insieme di forze regolari da imporsi a guida del riscatto dall'oppressione secolare. Più nettamente, questa questione, di sardismo e autonomismo, è posta fa Gramsci, nel 1936, nello scritto Alcuni temi della questione meridionale. Qui la "questione" da sarda diventa meridionale e nazionale insieme. Il sardismo, cioè il Forza paris dei sardi, viene assunto come forza classista e omogenea dell'intellettualità libera dalla conservazione borghese, in alleanza con i ceti rurali e operai. La "questione" è posta in termini di un "quasi sardismo" che passa alle tesi del socialismo scientifico. C'è, in effetti, il superamento del sardismo e del regionalismo tradizionale e una svolta polemica con quest'ultimo, come nella questione meridionale Gramsci entra in polemica con le tesi salveminiane.

15 - Già all'inizio del formarsi di questo schieramento autonomistico di differente estrazione ideologica, preludio di una felice età dell'autonomia e del conseguente progresso democratico e civile dell'isola, irrompe il fascismo. Il fascismo tentò di attrarre nella sua orbita lo stesso Partito sardo per un confronto sulla base della comune matrice combattentistica e con richiamo ai contenuti meridionalistici e rinnovatori.

La trattativa, nel 1923, fu posta sul terreno della concessione alla Sardegna d'un regime di autonomia regionale legislativa e amministrativa in materia economica e non solo economica. Su ciò poteva configurarsi uno schema di patto di fusione del P.N.F e del P. s. d'azione. La risposta di Mussolini fu negativa. Si ruppe la trattativa e si spaccò anche il P. s. d'azione in una destra filofascista o sardofascista e il grosso del personale dirigente e della base di massa del partito, passato all'opposizione, fermo sulle posizioni originarie dell'autonomismo regionale, in aperto e schierato antifascismo.

Con le leggi eccezionali del novembre 1926, la dittatura fascista spense tutte le voci libere, interrompendo, per un ventennio, il percorso della stagione felice dell'autonomia diffusa e del sardismo partitico e generalizzato. Ma non cessò il desiderio di autonomismo e di libertà. Nello stesso piccolo mondo del sardofascismo rimase qualcosa del programma del Partito sardo d'azione. Nel terreno economico Paolo Pili, diventato da sardista deputato e segretario del fascio cagliaritano, creò la Federazione delle latterie sociali della Sardegna per sottrarsi al giogo del capitale caseario privato continentale e procurò canali autonomi di credito e commercializzazione in primo luogo negli Stati Uniti d'America. Impresa fatta fallire dal grosso capitale italiano che aveva in prima linea promosso e sostenuto il regime dei fasci. A Pili non toccò migliore sorte all'interno del partito perché fu sostituito in tutti i suoi incarichi economici e politici, riducendosi, alla fine, a vita privata. Uomo retto, rimase nell'animo "sardista". Egli cadde nell'errore di voler conciliare contenitori di libertà quali l'autonomismo e il sardismo con una espressione di tirannia. Per il resto, il sardismo - autonomismo si ritrasse nella coscienza, nella ricerca e negli atti in favore dell'identità e dei valori isolani da parte degli storici (C. Bellieni, R. Carta Raspi, B.R. Motzo)) degli artisti (Carmelo Floris), di letterati (Egidio Pilia) del diritto (Antonio Marongiu) e in riviste di storia, cultura e tradizioni popolari sarde.

16 - E' nell'approssimarsi alla fine dell'ultima grande guerra che si risveglia l'istanza sardista e autonomista di segno antifascista, nel tentativo di liberazione della Sardegna. In concomitanza con la guerra civile di Spagna, E. Lussu promosse una cospirazione, cercando di coinvolgere antifascisti sardi (popolari e sardisti residenti nell'isola) e volontari (anarchici, comunisti, sardisti e senza partito combattenti nelle brigate internazionali repubblicane in terra iberica) per uno sbarco in Sardegna che avrebbe  dovuto provocare un'insurrezione e un colpo di Stato. Progetto andato a monte a finito con l'arresto di alcuni cospiratori del Nuorese.

Il ritiro spontaneo delle truppe tedesche (la 90° divisione corazzata) dall'isola nel 1943, il vuoto di fascismo nella maggior parte del territorio sardo, oltre che la pronta occupazione delle forze anglo - americane al comando del generale Webster, tolse l'occasione al manifestarsi in Sardegna, se non in forme sporadiche senza risonanze, del movimento di liberazione nazionale che, nel 1945, pose fine al conflitto internazionale e alla guerra civile nella penisola italiana. Il potere reale fu assunto dal comando militare alleato. Si formò un Comitato regionale con una giunta consultiva. Il 27 gennaio 1944 il governo fu affidato a un Alto Commissario nella persona del generale di squadra aerea Pietro Pinna, con la somma del potere politico e civile.

17 - Si ricostruirono i partiti dell'antiguerra, con i programmi più o meno variati, ma tutti con l'intento di dotare i sardi di più ampi poteri rispetto al passato.

Con l'Appello del Partito comunista di Sardegna nacque il Partito comunista sardo, di orientamento federalista, in tono con i motivi e le parole d'ordine gramsciani presenti già nel programma approvato nel 1920 dal congresso comunista di Lione. Il Partito comunista di Sardegna si dichiara autonomo ma direttamente collegato con l'Internazionale comunista. Ma nel primo congresso del Partito comunista italiano, tenuto a Iglesias l'11/12 marzo del 1944, fu sciolto per averlo ritenuto separatista. Soltanto nel 1947 il P.C.I si incammina sulla via dell'autonomismo di ispirazione gramsciana.

Il risorto Partito sardo d'azione, a parte una frangia iniziale separatista con segrete simpatie filoamericane e filobritanniche, nei congressi del 1944 e 1945, fedele al principio d'uno Stato federalista repubblicano italiano, continua a rivendicare un autonomismo regionale forte e radicale, con poteri legislativi sovrani e piena competenza nei settori finanziari ed economici di base liberista. Rispetto al passato emerge l'attenzione a un programma di riforma sociale.

Nel partito della Democrazia cristiana, erede del Partito popolare sturziano, si avverte un più attento interesse alla "questione sarda". Antonio Segni, anticipando le decisioni del Consiglio nazionale sulla necessità d'un ordinamento regionale autonomo del Paese, prese per primo e risolutamente posizione per l'autonomia regionale della Sardegna. L'isola, - scrive - al pari della Sicilia, è una regione prima ancora di qualunque argomentazione politica. E' regione per aspetti peculiari geografiche, storici, aspirazioni e atti intesi a governarsi da e stessa. Segni, nel maggio del 1944, sostiene le necessità di istituire una Camera delle Regioni in luogo del vecchio Senato. Il gruppo della D.C di Pozzomaggiore, paese nativo dell'Alto Commissario Pinna, rasentava posizioni di radicale autonomia per la Sardegna, ai limiti della secessione.

Autonomisti erano nell'isola, pure nelle differenti ideologie, repubblicani, azionisti e persino i liberali radicali del giovane Francesco Cocco Ortu, di orientamento "gobettino".

18 - Era, questo, il clima politico nel 1945, così che Gonario Pinna, allora militante nel Partito sardo d'azione, poteva affermare che "tutti ammettono la necessità dell'autonomia per l'isola" e il suo correligionario Luigi Battista Puggioni osservava "l'impressionante fenomeno che tutti i partiti, qualunque sia la loro tendenza o colore, si professano autonomisti".

Ma si tratta di puro sentimento, per così dire virtuale, che non porta a una coscienza e a un'azione comune, ad unità reale.

Da queste ambiguità e contraddizioni non poté sorgere un compatto movimento sardo per l'autonomia, un fronte unico di sostegno e di realizzazioni, pur auspicato da talune parti. Infatti, non usciranno a buon fine la "Giornata unitaria dell'autonomia" celebrata a Cagliari nel giugno del 1947 per l'emanazione dello Statuto sardo poco dopo l'approvazione da parte dell'Assemblea Costituente della riforma regionalistica dello Stato, né il successivo "Convegno per l'economia" a Macomer, presenti sardisti, democristiani, socialisti, comunisti e repubblicani. Infine, le divisioni dei partiti in campo nazionale indussero gli stessi partiti in Sardegna a separarsi sino a confliggere.

19 - Di questo clima politico incostante soffrì la prima Costituente sarda insediatasi nell'aprile del 1945 e successivamente rinnovata nei suoi componenti nel giugno del 1946, per esprimere, alla fine, un testo statutario approvato a maggioranza il 20 aprile del 1947. Nel corso dei lavori, assai travagliato, si confrontarono vari progetti di Statuto, di diversa misura e peso autonomistico, né si volle accogliere il modello dello Statuto siciliano già approvato dalla Consulta nazionale nel 1946, uno Statuto con ampi poteri di autonomia, a base quasi federale. Ne sortì, al termine dei lavori, uno Statuto sardo già in partenza mutilato e svuotato di poteri, privo d'imperio. Per di più, il testo statutario, trasmesso all'Assemblea costituente nazionale per l'approvazione che si sollecitava immediata, fu rimessa da questa al Governo con l'invito a provvedere un disegno di legge costituzionale che tenesse conto anche del progetto di Statuto elaborato dalla Costituente sarda. Dopo tanta pena, il progetto fu approvato, a larga maggioranza, in extremis, proprio nell'ultima seduta dell'Assemblea costituente, il 31 gennaio del 1948. Diventò legge costituzionale il 26 febbraio 1948, col n. 3, pubblicata nella G.U. n. 58 del 9 maggio di quell'anno. Il 28 maggio del 1949, si insediò il primo Consiglio regionale della Sardegna. Si badi, "Consiglio", non "Parlamento" come si titola l'Assemblea siciliana.

20 - Questo Statuto, nato zoppo, di parziale autonomia, non consacrava le aspirazioni e le lotte secolari dei sardi per vedere riconosciute ed esaltate, in una solenne Carta costituzionale, la peculiarità etnica, culturale, storica, politica e territoriale d'un popolo distinto, risorto a nazione. Nei suoi limiti e nelle sue mutilazioni era implicito che sarebbe stato faticoso e aspro il cammino per realizzare un sistema efficace e moderno di autogoverno. In uno Statuto "incompiuto" era in nuce una "autonomia incompiuta", una nazione sarda "dimidiata". Una Carta con poteri "deboli" rendeva impari il confronto tra la Regione e lo Stato, la prima "suddita" del secondo. Difatti la Regione sarda non aveva le "radici" statutarie, la forza intrinseca costituzionale per agire in proprio, secondo il proprio "genio", in modo "eccentrico" rispetto allo Stato, bizzarra, fantasiosamente creativa. Non poté farsi e tanto meno mantenersi continuamente in "giro" autonomo e autonomistico. Invece ha dovuto mimare il sistema e gli schemi dello Stato, duplicando competenze, seguendone pedantemente legislazioni e ordinamento. Si è introdotta (o costretta a introdursi) nella morsa d'un ingranaggio "copernicano", in un sistema di anelli concentrici dove il cerchio minore (la Regione) gira perfettamente concentrico al cerchio maggiore (lo Stato), per cui lo Stato gira in maggiore e la Regione gira in minore, in un rigoroso e astratto sistema matematico. Impigliata nella tela del ragno statale, la Regione finisce col diventare succursalista dello Stato.

Si credette di poter soddisfare le antiche passioni e pulsioni di riscatto autonomistico per il progresso, introducendo all'articolo 13 dello Statuto, unico fra tutti gli Statuti di autonomia speciale, un "Piano organico per la rinascita economica e sociale della Sardegna, da predisporre e attuare con concorso della Regione". E' vero che l'articolo 13 si rifà a una logica di sussidiarietà, ma anche di corresponsabilità, di compartecipazione, di solidarietà. Ma nel processo dell'attuazione è rimasto mero enunciato giuridico formale, perché non vi hanno corrisposto le garanzie e gli atti delle politiche del governo nazionale. Del resto, le ragioni dello scarso successo del Piano, denunciato già nella relazione generale che introduce il progetto del quarto programma esecutivo del Piano di Rinascita per gli esercizi 1967 - 1969, stanno in realtà nella natura degli interventi previsti dalla legge attuativa del Piano (la n. 588), che si riferisce a intervento straordinario. La legge n. 588 è una legge di "riforma" e della sfera "economica e sociale" generale (per il contenuto politico, l'indirizzo ideologico, le conseguenti forme e tecniche d'attuazione). Perciò lo Stato può richiamare (come più volte ha richiamato suscitando contestazioni e conflitti) l'interesse nazionale, con tutti i vincoli, i limiti e le ingerenze sull'attività regionale che ciò comporta. Sebbene sembri una legge "motoria" dell'attività autonomistica regionale sarda, in quanto legittima la Regione ad essere soggetto e rappresentante degli interessi generali emergenti nell'ambito locale e determinati dalla programmazione autonoma, e la delega anche all'attuazione, in sostanza la legge stessa prevede una serie di blocchi per cui sembra piuttosto doversi parlare di una programmazione e di una attuazione condizionate. Può dirsi, questa, una programmazione autonomista, dinamica, effettivamente (non soltanto verbale) democratica, sinceramente regionalista? Si tratta d'una pianificazione "arbitraria", di vertice, non di base, senza controllo sociale né all'origine né per i risultati. Se poi si guarda al rapporto tra la programmazione regionale sarda (nella specie della legge 588) e la programmazione macroeconomica nazionale, la prima è stata egemonizzata e condizionata dalla seconda alla quale - volente o nolente - si è dovuta arrendere nella logica del sistema centralistico e autoritario dello Stato.

Circa la sfera di attuazione del Piano, i blocchi non sono stati meno cogenti. La progettazione è conformata su schemi fissi, su "modelli nazionali". L'assistenza tecnica in agricoltura delegata delle Regioni agli organi burocratici della Cassa del Mezzogiorno, senza che possa intervenire nelle direttive e nel controllo in quanto si interferirebbe su organi e direttive riservate allo Stato. L'Ente di sviluppo, strumento "estraneo alla Regione", un tabù dello Stato dal quale dipende in orientamenti e forme di intervento tecnico (e non soltanto tecnico). Dove e come possono dunque manifestarsi la capacità politica, la volontà autonomistica, la responsabilità direzionale e di controllo, in definitiva l'autodeterminazione e l'autogoverno che sono caratteri fondamentali e obiettivi finali delle autonomie regionali?

Nell'articolo 13 dello Statuto ne è contenuto e consacrato il logos, la ratio, ma, nello stesso tempo, ne risaltano i limiti e l'incompiutezza. Vi appare un'indicazione della "specialità", dell'autonomia esclusivamente economica. Si tende a raggiungere una parità economica e di condizioni di vita con il resto del Paese, ma non un vero e proprio autogoverno. Si ignora che la storia d'un popolo non progredisce soltanto con i fatti economici e che lo sviluppo non si riduce a una semplice crescita economica. Dunque una "Rinascita" materialistica, senza anima, senza identità, senza il supporto di valori immateriali (di stirpe, di lingua, di costumi). Un'attenzione volta soltanto al plafond strutturale, senza la base etnico - etico - culturale, non avrebbe potuto realizzare progresso, emancipazione, protagonismo, il "fare da sé" in libertà pur senza chiudersi al respiro del mondo. A parziale discolpa di questo Statuto "moderato", va detto che nasceva come una sorta di acquisizione ereditata, un punto di arrivo, un passato, quasi la definizione politica d'un processo concluso. Radici, ma non ali. Per di più si usciva da una guerra perduta, da macerie, da lacerazioni dei partiti riemersi, dalla presenza nella Costituente di esponenti d'un tessuto sociale polimorfo, prevalentemente piccolo borghese, con dirigenza costituita in maggior parte da elementi di borghesia intellettuale e professionale, e da rappresentanti, tutt'altro che coesi, del mondo contadino e operaio; l'insieme, se non impreparato, scarsamente attrezzato a realizzare il sogno ambizioso dell'autogoverno.

21 - L'attenzione dei primi governi regionali fu indirizzata alla valorizzazione delle tradizionali risorse locali, agro-pastorali e miniere. Non poté esperirsi, per opposizioni del governo nazionale e interne, l'offerta americana della Fondazione Rockfeller, in tecnici, attrezzature e liquidità per concorrere a realizzare in certi settori il Piano di Rinascita. Ci vollero dodici anni per l'evento di questo Piano, col disegno di legge del Consiglio dei Ministri del 17 giugno 1961, modificato con legge del 17 giugno 1962. Il Piano fu accolto con favore, nonostante gli obiettivi si appiattissero sui contenuti generali della politica meridionalistica, fossero troppi e scarsamente coordinati gli organi che vi avevano parte e fosse dislocato il potere decisionale locale riguardo al tipo di industrializzazione rivolta in modo prevalente se non esclusivo alla monocoltura chimica e petrolchimica, chiusa in alcuni "poli di sviluppo". Altri erano gli enunciati originali del Piano che teneva conto dell'equilibrio tra il comparto industriale e quello agricolo ora penalizzato, come limitata a poche aree l'occupazione, ipotizzata diffusa. La Regione non risultava preminente soggetto di attuazione né completi erano gli strumenti attuativi, scarso il decentramento, insiti nell'organizzazione i pericoli di burocratizzazione e lunghi (venti anni) i tempi di realizzazione.

Nel modello dei "poli" petrolchimici, calato dall'alto e dall'esterno, senza l'accertata congruità ambientale e culturale, il sottosviluppo che si voleva nelle intenzioni eliminare, non poteva uscire dalla sua condizione in quanto antitesi necessaria dello sviluppo. Difatti, acquisite le relazioni della Commissione speciale per il Piano di Rinascita sull'indagine della situazione economica e sociale delle zone interne a prevalente economia pastorale e sui fenomeni di criminalità ad esse connessi, nel 1968, il Consiglio regionale, dibattendo nella primavera del 1969 il IV Programma esecutivo del Piano di Rinascita a chiusura della V° legislatura, costatava che gli interventi attuativi non avevano procurato che una crescita di pura facciata. Il Piano non faceva giustizia, con effetto liberante, anzi nascondeva l'insidia d'una ulteriore subordinazione dell'isola. Il che non era davvero esaltante per l'autonomia.

Né rincuorante sullo stato dell'isola appariva la relazione generale presentata alle Camere il 29 marzo 1972, dalla Commissione parlamentare d'indagine sui fenomeni di criminalità in Sardegna. La Commissione rilevava la mancata "aggiuntività" che era tassativa nella legge 11 giugno 1962, n. 588, dei 400 miliardi; il mancato coordinamento tra tutte le iniziative programmando tutte le risorse per cui gli squilibri territoriali e sociali si erano aggravati a causa della politica dell'accentramento in poli di sviluppo; la lentezza della spendita dei 400 miliardi, con gli investimenti proiettati soprattutto sull'industria di base petrolchimica (dei 330 miliardi programmati fino al 31/12/1970: 116 all'industria dei poli petrolchimici contro i 92.500 per l'agricoltura); lo svuotamento anche demografico delle zone interne che si è ipotizzato di frenare col terzo polo petrolchimico della media valle del Tirso a Ottana; la marginalizzazione sulle coste del turismo, escludendo quasi del tutto il turismo montano.

22 - Di grande rilievo l'avvertimento sulla necessità di evitare l'impatto violento tra cultura locale e cultura industrializzata per cui la crescita pastorale potrebbe diventare un meccanismo contro la conflittualità causa pur essa di comportamenti devianti. Posizioni ben diverse, per non dire di condanna, queste della Commissione parlamentare, da quella di un alto teorico della programmazione isolana, nel 1968, in periodo di pieno trionfalismo industrialistico. Egli afferma perentoriamente la necessità e l'urgenza di travolgere il mondo pastorale legato a pratiche delittuose e di puntare esclusivamente su industrie ad alta tecnologia; di evitare il ricorso alle tradizionali industrie trasformatrici dei prodotti agricoli; di procurare un intervento moderno completamente alienato dall'ambiente circostante; di travolgere i gruppi di potere locale, la "piccola borghesia economica locale". Il "miracolo industriale" unico mezzo ed esclusivo termine di sviluppo e di rinascita della Sardegna e dei sardi. Si oppone, d'altra parte, che l'industrialismo è un fatto nuovo, una realtà, che non va esaltata ma nemmeno denigrata da posizioni arretrate e conservative. Bisognerà introdurvi una misura morale che superi il gretto economicismo per coordinarsi in un rapporto corretto, col retroterra umano contadino e pastorale che è pronto anche a contrastarlo e rifiutarlo. Si auspica un'interazione pacifica tra le due culture urbana e rurale, l'una borghese - capitalistica e l'altra preborghese e comunitaria. Da evitare un'acculturazione violenta così da essere immaginata - e di fatto realizzata - come un fatto di colonizzazione.

Il discorso si riferiva in particolare e soprattutto al terzo polo petrolchimico, quello della piana di Ottana, area destinata in origine ad agricoltura irrigua e pastorizia stanziale. L'evento industriale di base - di Stato e privato - vi si era intromesso in modo improprio, per non dire traumatico. Ottana nello scenario petrolchimico era un'anomalia, una scheggia deviata, e già all'origine a rischio. La collocazione nel cuore d'una struttura antropologica "arcaica" con una società comportante valori ma anche disvalori che l'industria avrebbe dovuto risanare, ancorata a codici e a regole comportamentali, a ritmi di vita e di lavoro diversi se non contrastanti la cultura di "fabbrica", non poteva non porre dei problemi al di là delle speranze e dello stesso ottimismo che pure si erano ingenerati in molti (non in tutti). L'anomalia, l'eccezione "Ottana", e la mescolanza e la divaricazione, il contrasto interiore e intellettuale sino alla polemica accesa tra le due culture (tra padroni e operai) si rivelarono via via nel percorso dell'attività industriale. Il personale operaio, derivante dal bacino "barbaricino", portava nella fabbrica lo spirito di indipendenza e il mito eroico del balente che, uniti alla socialità di classe, lo rendevano naturalmente "antagonista" rispetto alla dirigenza. Non accettava la sudditanza al sindacato avendo punto di riferimento e di azione, assai dura, nel Consiglio di fabbrica. Vivevano in lui due anime, quella dell'operaio e del pastore. Alternava la tuta al gambale, alla frontiera tra stivale e mocassino. Rifiutava l'albergo operaio a bocca di fabbrica per riportarsi quotidianamente al focolare domestico nel paese anche lontano dove si è mantenuto un po' di pecore caso mai servissero in tempi bui (ciò che poi è avvenuto). Aperto alle ali del nuovo, non tradisce le radici. La gente dice che Ottana è una "cattedrale nel deserto", ma lui si conforta perché la vede circondata, in funzione salvifica da "cori" di pecore.

L'eccezione Ottana fallisce nel processo di "verticalizzazione", nelle industrie derivate "a valle" del "polo". Queste vengono rifiutate (Lula), o vedono presto spente le ciminiere (Bitti) o le fabbriche iniziate sono subito interrotte, configurando con i lacerti murari un paesaggio ruderistico (Sarcidano). Il "miracolo industriale" a Ottana diventa luttuoso, tale da meritare un epicedio.

23 - Proprio quando, nel 1968, si presenta nell'isola la novità dell'industrialismo, che accende entusiasmi di sviluppo e di progresso, si avverte un allarmante abbassamento della temperatura regionalistica. Una parabola discendente, un grave momento di crisi proveniente dall'esterno e complicato da difficoltà interne che determinano confusione e scetticismo nella gente. L'Istituto autonomistico, la Regione statutaria è sfiduciata dalle popolazioni scarsamente sensibili ai suoi problemi fondamentali e alle attività delle sue rappresentanze politiche. Alla perdita della vocazione regionalistica e autonomistica corrisponde, all'opposto, qualunquismo e nostalgie "unitariste". Vale la pena registrare alcune voci del dissenso autonomistico, nel 1969. Un esponente cagliaritano del movimento studentesco: "La Regione con l'autonomia è un organismo di mediazione e di equilibrio per la classe degli sfruttatori"…"L'autonomia appare come il simbolo del potere, e non come una meta da raggiungere"… "Parlare di rilancio dell'autonomia non ha interesse". Altre definizioni dell'autonomia: "folklore", "pseudoproblema", "svago di colletti bianchi", "strumento di repressione", "necessità dello Stato borghese". Infine la contestazione alle linee politiche autonomistiche tradizionali. Ecco la critica d'una frangia deviazionistica del maggior partito dell'opposizione di sinistra alla politica "di unità autonomistica": "E' fallita la politica di unità autonomistica basata sull'ipotesi di derivazione sardista di unità di tutto il popolo sardo contro lo Stato sfruttatore". Questa frase rimbalza, come tolta di peso, in un recente documento di un noto "Centro di cultura" cagliaritano, che raccoglie gruppi di intellettuali dei vari "dissensi". Più in generale, tra i giovani, vi è indifferenza, per non dire noia, verso il tema autonomistico. La loro tensione si indirizza ai grandi universali temi di fondo del mondo contemporaneo, stemperando il regionalismo e il nazionalismo (e lo stesso concetto di nazionalità) nell'ecumenismo, nuovi ideali comuni alla gioventù intellettuale di quasi tutti i Paesi, sviluppati e sottosviluppati.

24 - Posizioni e dichiarazioni queste (ed altre negative) che non possono non allarmare e preoccupare gli autonomisti, intellettuali e politici, lo stesso Consiglio regionale direttamente investito dalla querelle. Esse invitano al dibattito e sollecitano misure di guardia e di rinnovamento. Sono gli intellettuali di diversa estrazione ideologica, a muovere per primi, già dal 1967, la discussione nelle loro Riviste: "Rinascita sarda", "Il Democratico", "Ichnusa", "Autonomia Cronache". Il tema in discussione è ancora una volta, la "questione sarda" e la costituzione regionalistica fondata sull'autonomia e la democrazia.

In "Rinascita sarda", si pone l'esigenza di superare il regionalismo inteso nella funzione soltanto negativa di argine di resistenza allo Stato italiano, ed emergono tre teorizzazioni in proposito: regionalismo come strumento per rafforzare l'unità dello Stato (G. Sotgiu), sardismo - paraindipendetismo (A. Congiu), "questione" nell'esclusivo spazio culturale fuori dalle ortodossie ideologiche e partitiche. L'esperienza del "Democratico" è volta a introdurre nella politica regionale e nel contesto culturale dell'autonomia forze giovani urbane e rurali (e specie rurali) superando la vecchia generazione politica di estrazione soprattutto cittadina ("Giovani turchi"). "Ichnusa" si propone di aprire un dialogo culturale sui problemi molteplici della "questione" e farla andare avanti in un marcato e sempre presente rapporto politica - cultura. Necessità di sprovincializzare la politica tradizionale e accettare l'industrialismo e la civiltà tecnologica, denunziando, nel contempo, i pericoli per la società sarda del neocapitalismo avanzato, giunto anche nell'isola.

In "Autonomia - Cronache", la "questione" è vista come ricerca all'interno dell'isola di concezioni, motivi e fattori validi originali per rinfrescare e vivificare, oltre che caratterizzare di sardo, l'autonomia. Punto nodale è quello dell'individuazione e del riconoscimento d'una realtà storico - culturale nativa, quale è l'area arcaica delle zone interne e, più in particolare, l'area barbaricina, cioè l'area dell'autentico sardismo etnico e culturale, incrostato di folklore, cioè di cultura popolare.

25 - Nella seduta del Consiglio regionale del 2 ottobre 1967, il Presidente, democristiano, Giovanni del Rio pone in termini espliciti ed ufficializza il tema del separatismo sardo. Questo viene ripreso nel quotidiano sassarese del 10 ottobre dall'intellettuale leader del Partito sardo d'azione Antonio Simon Mossa, inteso come ratio per una nuova spinta autonomistica del popolo sardo. Autonomia politica, indipendentismo e separatismo - egli scrive - hanno lo stesso significato. Più tardi, in "Sardegna Libera", (Sassari, a.1, n.2, aprile 1971, p.8 sgg.), precisa il suo pensiero politico che in parte ricalca quello di C. Bellieni e E. Lussu. Vi si riconoscono anche stimoli dell'azionismo risorgimentale applicato alla Sardegna e fermenti di oltranzismo sindacale - rivoluzionario, in una prospettiva di Stato repubblicano italiano federalista, tendenzialmente proteso all'autonomia politica (quasi all'indipendentismo) dell'isola, fondata sulla riforma sociale di tipo "laborista". Il movimento di riscatto sardo, la rivoluzione sarda, coincide con quello mondiale dei popoli oppressi dal colonialismo. Ha il significato non solo di emancipazione economica e sociale di una classe (il proletariato sardo) ma anche, se soprattutto, di libertà dell'intero popolo sardo: cioè ha senso etnico, etico e culturale, oltre che politico. Se ciò non si potrà ottenere con una riforma costituzionale, è da realizzare per altre vie: la resistenza passiva e la non obbedienza (violenza armata). Accogliendo in parte queste tesi del Simon Mossa, la frazione degli indipendentisti del Partito sardo d'azione si danno appuntamento a Lula, il 26 novembre 1967.

Qui viene definita la linea ideologica e strategica del sardismo in seno istituzionale e sociale, concependo l'unificazione sul terreno degli schieramenti e legittimando la posizione indipendentistica. La maggioranza dello stesso Partito, assente la minoranza, nel congresso, celebratosi nel salone della Fiera di Cagliari nel 24/25 febbraio 1968, approva un nuovo statuto del Partito in senso federalistico che abbia come meta il riconoscimento dell'autonomia statuale della Sardegna nell'ambito dello statuto italiano concepito come Repubblica federale, e nella prospettiva della Confederazione europea.

26 - Se con la riforma statutaria del proprio partito i Sardisti non si riconoscono più, in conseguenza, nello Statuto regionale del 26 febbraio 1948, questo viene contestato e ritenuto superato da loro e da altre forze e voci politiche nel Consiglio regionale. Uno Statuto speciale - si dice - involutosi e degradato, "normale", anzi più normale degli statuti normali delle Regioni ordinarie, da poco costituitesi e già funzionanti con poteri maggiori e adeguati ai tempi, di quelli - infimi - contenuti nella Carta sarda.

Nel raggiunto assetto regionalistico dello Stato italiano, perché la specialità sarda abbia senso e prospettive sicure e manovra di libertà, urge rompere la situazione di stallo e di conservazione delle strutture politiche - giuridiche in atto con mutamenti costituzionali. Occorre seguire una nuova via e stabilire un ordine nuovo, dare vero significato ed effetto all'autonomia, alla rinascita, alla liberazione, uscendo dall'esperimento dell'autonomia statutaria conseguita, ormai lontana ed obsoleta, prevalentemente burocratica e di mediazione, per attingere un vero potere, governare in stato di sovranità.

Con questi intenti, in seduta del Consiglio regionale del 22 ottobre 1971 (IV Legislatura), furono presentati, da varie parti, ordini del giorno a conclusione del dibattito sui rapporti tra Stato e Regione. Vi si espressero istanze per prospettare al Parlamento nazionale i problemi relativi alla mancata attribuzione alla Regione sarda delle maggiori competenze di cui all'art. 117 della Costituzione al fine di predisporre adeguate iniziative politiche e giuridiche. Nel ripensamento critico dell'autonomia legato strettamente alla revisione dello Statuto speciale sardo, anche per rendere integrale l'attuazione dell'ordinamento regionalistico dello Stato previsto dall'art. V della costituzione repubblicana, si faceva sollecitudine per costituire un Comitato di esperti di diritto costituzionale da affiancare a una Commissione della Regione. Ciò al fine di elaborare un nuovo testo di Statuto speciale per la Sardegna da proporre alla discussione e alla approvazione dell'Assemblea.

27 - Il 28 febbraio del 1971, mentre nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Ateneo cagliaritano va sbollendo l'ira devastante degli studenti del '68, il Consiglio dei docenti - sardi e peninsulari unanimi - firma un documento in allora esplosivo e che richiama l'attenzione dei servizi segreti. La Facoltà è invitata, al fine di promuovere i valori autentici della cultura isolana, primo fra tutti quello dell'autonomia e provocare un salto di qualità senza un'acculturazione di tipo colonialistico ed il superamento dei dislivelli di cultura, ad assumere l'iniziativa di proporre alle autorità politiche della Regione autonoma e dello Stato il riconoscimento della condizione di minoranza etnico - linguistica per la Sardegna e della lingua sarda come lingua "nazionale" della minoranza. Di conseguenza è opportuno disporre tutti i provvedimenti a livello scolastico per la difesa e la conservazione dei valori tradizionali della lingua e della cultura sarde. In ogni caso tali provvedimenti dovranno comprendere, a livelli minimi dell'istruzione, la partenza dall'insegnamento del sardo e dei vari dialetti parlati in Sardegna, l'insegnamento nelle scuole dell'obbligo riservato ai sardi e a coloro che dimostrino un'adeguata conoscenza del sardo, e di tutti quegli altri provvedimenti atti a garantire la conservazione dei valori tradizionali e della cultura sarda. La delibera del Consiglio vuole essere un'iniziativa motivata per realizzare in Sardegna una vera scuola, una vera rinascita, in un rapporto di competizione culturale con lo Stato, che arricchisce la nazione.

La delibera dei docenti della Facoltà di Lettere anticipava di un anno le considerazioni sulla cultura e la scuola in Sardegna, fatte dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sui fenomeni di criminalità nell'isola. Sarebbe un errore - si scriveva - il ritenere che il compito della scuola in Barbagia, debba essere quello di mortificare o addirittura di uccidere la cultura barbaricina, opponendo modelli stranieri i quali, adeguati ad altre realtà, servirebbero soprattutto ad acuire i contrasti. Si giudicava necessario che i sardi conservassero e facessero agire le esperienze e le tradizioni, cioè confrontandola col patrimonio culturale del mondo contemporaneo. E si auspicava una scuola che non sradicasse i sardi dal loro ambito, ma, al contrario, li mettesse nelle condizioni di meglio comprendere gli autentici valori, anche ai fini professionali e di lavoro da esercitare in un particolare terreno quale quello isolano.

Il giorno 27 settembre del 1971, stimolati dal documento del Consiglio della Facoltà di Lettere, sardisti di ogni colore decidevano a Nuoro, nel circolo culturale "L. Milani" di costituire l' "Associazione per la difesa della lingua e della cultura sarda". Al termine dei lavori, fu approvato un testo nel quale, fra l'altro, si richiamava il Governo nazionale ad applicare alla Sardegna l'art. 6 della Costituzione italiana che "tutela con apposite norme le minoranze linguistiche".

28 - L'autorità politica e il Consiglio regionale non potevano rimanere estranei al nuovo clima che per l'autonomia e la rinascita poneva a fondamento e spinta la cultura sarda, ignorata in precedenza. Nella seduta del Consiglio regionale del 24 marzo 1970, consiglieri di parti diverse considerano essere giunto il momento di attivarsi per avocare alla Regione, con la modifica dello Statuto, almeno la competenza in materia dell'istruzione primaria e della scuola dell'obbligo. Nelle scuole di Stato non si tiene conto delle radici, anzi le si ignora e le si disprezza. Vi è in atto una sottile manovra di desardizzazione, con l'emarginare la lingua, la cultura, i costumi, i valori locali che costituiscono la sorgente primitiva dell'autonomia politica e di tutte le libertà. Una scuola di base regionalizzata può scongiurare i pericoli di attentato alla nostra entità minoritaria. Può, inoltre, risolvere il problema congiunturale dell'occupazione intellettuale e quelli sostanziali che si riferiscono all'organizzazione e alla diffusione della scuola in Sardegna, secondo ben precisi parametri fissati dalla Regione sulle linee d'una politica avanzata e aperta, salva l'autonomia della docenza. Insomma una nuova cultura per una nuova Regione, impegnata e calata nella realtà della società sarda sin nei luoghi più remoti, a livello di popolo che sente e sa il valore culturale, fondamento della sua identità. Vanno oltre l'istanza di competenza primaria nelle scuole elementari e dell'obbligo le sollecitazioni per l'autonomia emerse nella seduta del Consiglio del 25 gennaio 1972. Si chiede la pari dignità di lingua sarda e lingua italiana, il bilinguismo perfetto; il riconoscimento della Sardegna come entità etnolinguistica minoritaria, in base all'articolo 6 della Costituzione italiana; la liberazione del colonialismo dei mass media nazionali e la regionalizzazione della TV.

29 - Nell'intento di restaurazione dell'autonomia languente, il Governo regionale, conta anche su due strutture culturali. Con la legge 11 agosto 1970, n. 20, sostenta con specifico finanziamento, la scuola di specializzazione in studi sardi annessa alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Cagliari, istituita con D.P.R. del 20 maggio 1966, n. 431. La scuola si propone di studiare la realtà sarda negli aspetti culturali e politici, promuovendo le conoscenze con una corretta divulgazione che esca fuori dalle chiuse accademie. Vuole concorrere alla formazione di quadri intellettuali, su base regionale, dai quali estrarre elementi d'una nuova classe dirigente atta a risolvere la crisi dell'autonomia e a rilanciarla dando un tono alto alla politica di rinascita. Con la legge regionale n. 26 del 5 luglio 1972 nasceva a Nuoro l'Istituto superiore regionale etnografico con gli annessi Musei del Costume (avente il nuovo titolo di Museo della vita e delle tradizioni popolari) e della Casa Grazia Deledda, nel centenario della nascita della grande scrittrice nuorese. L'Istituto voleva essere una risposta culturale alle indicazioni della Commissione parlamentare sui fenomeni di criminalità nell'isola, e in particolare nelle zone interne, con una struttura destinata a studiare i problemi che affannavano il cammino di quell'area arcaica, a cultura barbaricina, e a dipanare le cause della sua questione all'interno della generale questione sarda. Si trattava di approfondire lo studio di quella singolare zona antropologica, a forte connotazione tradizionale, che, nel momento, veniva a incontrarsi e scontrarsi con la cultura dell'industrialismo, con effetti positivi ma anche perversi.

30 - Da quanto detto appare che gli anni 1968/1972 segnano da una parte il tormento dell'autonomia e dall'altra la percezione della crisi e il proporsi di intenti, taluni radicali, e di atti, se pur pochi, ora fondati sulla base culturale, che si ritengono rigeneratori, per nuovi percorsi, dell'istanza autonomistica. In questa prospettiva, pur permanendo la crisi generale del meccanismo di sviluppo, l'insufficienza dei programmi, la stretta internazionale, il governo regionale del tempo, abbandonata la linea politica remissiva, della così detta "contestazione" del"66, nel 1974 apriva decisamente la vertenza Sardegna nei confronti dello Stato diventato "separatista" alla rovescia rispetto alla Regione. Si poneva in veste nuova la "questione sarda" non ancora risolta.

Nonostante così buoni auspici, il quadriennio 1974-1978 non riesce a produrre e a stabilire un diverso e più avanzato rapporto con lo Stato, una dialettica efficace. L'incipiente degenerazione del tessuto dei partiti tendenti ad accordi di vertice, l'assemblearismo, i blocchi strumentali portano i governi a impigliarsi in una rete regressiva da cui non riescono a uscire, adagiandosi in un alternarsi di pure formule: dal centro sinistra al monocolore, in quelle della "non sfiducia", dell'intesa, della "unità autonomistica di base sardista", del "compromesso in fiore". Condizione, dunque, di governo regionale di instabilità e di indecisione, se non di stallo, indisponibile a raccogliere, non si dice a soddisfare, la domanda di autonomia che saliva forte e diffusa dall'esterno: da circoli di intellettuali "disorganici", da movimenti politici estrapartitici, da frange volontaristiche della società sarda.

31 - In data 16 dicembre 1974 il Preside inviava una lettera ufficiale a tutti i Sindaci dei Comuni della Sardegna, richiamando l'attenzione sul documento della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Ateneo di Cagliari del 19/02/1971, per esprimere un parere o un'adesione all'iniziativa della Facoltà. Nel corso del 1975 e 1976 pervennero delibere di adesione di 28 Consigli comunali delle 4 Province dell'isola. Si dovevano inoltre registrare una serie di altri consensi e iniziative del mondo della scuola e dei circoli e federazioni culturali. Nell'autunno del 1975, a Ozieri, si costituiva un Comitato provvisorio di iniziativa e coordinamento per la lingua e la cultura sarda con successivi incontri a Ozieri, San Sperate e Bauladu. All'atto della costituzione il Comitato predispone una bozza di statuto della costituenda "Associazione per la lingua e la cultura sarda". Negli anni 1975 e 1976 è stato vivo e notevolmente animato il dibattito, a serrato confronto, nei quotidiani e periodici dell'isola, con interventi assai significativi e incidenti sulla conoscenza della questione.

In questi atti di istituzioni decentrate, a livello locale, e nelle iniziative nelle sedi scolastiche e negli spazi culturali, si coglie da una parte una posizione politica e dall'altra il formarsi d'una opinione di massa che preme sull'istituto regionale perché si attivi nel rivendicare il riconoscimento di minoranza etnica - linguistica per la Sardegna e la tutela, anche attraverso l'insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado, della lingua e della cultura sarda. Ma ben più forte e decisiva è l'azione di stimolo e di spinta propulsiva alla Regione, dovuta al sorgere e costituirsi del movimento "nazionalitario" o "movimento di autocoscienza nazionale sardo". Vengono infatti superati il sardismo storico del partito sardo d'azione e il sardismo concepito come base dell'unità autonomistica dei sardi. Il movimento si nutre di contenuti etnici, morali, politici, storici, dei valori della "diversità" e di "identità", caratteristici e fondanti in una terra riconosciuta quale "nazione" a sé stante nello Stato italiano. E' questo movimento, sono i gruppi di estrazione ideologica e culturale diversa che lo compongono - Su Populu Sardu, Sa Sardigna, Nazione Sarda, Sardegna Europa, "Forze Nuove" che fa capo al periodico "Il Popolo Sardo"-, i "paladini", i "cavalieri", i "signori dell'autonomia", in termine di autodeterminazione del popolo sardo.

E' dal Movimento nazionalitario sardo che, elaborata e poi presentata e approvata a Nuoro nel dicembre del 1977, viene la proposta di legge "Iniziativa legislativa del Consiglio regionale della Sardegna dinanzi al Parlamento a norma dell'articolo 51 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. l, a presentare al Parlamento una proposta di legge per la tutela della Minoranza linguistica sarda in applicazione dell'art. 6 della Costituzione della Repubblica. Si chiedeva il riconoscimento al sardo degli stessi diritti della lingua italiana nonché il suo uso non soltanto nella scuola ma anche negli organi e uffici della pubblica amministrazione e nelle adunanze degli stessi (Regione, Province ed altri enti locali).

Il 13 luglio del 1978 la proposta di legge fu presentata al Consiglio regionale, accompagnandola con 13.540 firme di elettori. Ma in aula non ebbe il consenso dei Consiglieri. Veniva così a scoprirsi (al di là degli infingimenti) quanto in basso fosse scesa la temperatura dell'autonomia divenuta un orpello in quel consesso e la pochezza dei componenti privi di cultura autonomistica e, peggio, senza coscienza nazionale, senso di appartenenza e orgoglio di sardi. Lo stesso Consiglio credette di rimediare il malfatto, dopo 4 anni, il 9 aprile 1982, con un provvedimento legislativo di iniziativa consiliare, anodino, criptico e già in partenza inefficace, affermante il principio di parità giuridica della lingua sarda rispetto a quelle italiana. Chiedeva inoltre al Parlamento italiano il riconoscimento del sistema del bilinguismo e la sua attuazione successiva con la legge della Regione, cosa costituzionalmente impraticabile. Netto rifiuto, a stragrande maggioranza, nella prima Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, in quanto la legge regionale andava oltre il concetto di tutela dell'articolo 6 della Costituzione e anche - è da presumere - per "l'imbroglio" di quel tardivo e immaturo parto legislativo.

32 - Tale era la situazione quando, svegliata dalla Commissione europea, la Regione si indusse a celebrare a Nuoro e poi ad Alghero, dal 2 al 5 di ottobre del 1986, un convegno con tema "Lingue diffuse e i mezzi di informazione: problemi delle radio - televisioni". Il convegno fece voti perché il governo italiano volesse ascoltare le istanze prodotte da movimenti di minoranze etnolinguistiche, come la sarda, aspiranti ad un appagamento delle ragioni della loro identità storica e al loro riconoscimento. Ciò si chiedeva tenuto conto anche del voto del Parlamento europeo che, nella seduta del 16 ottobre 1981, aveva approvato la proposta di risoluzione su d'una Carta comunitaria delle lingue e delle culture regionali e una Carta dei diritti delle minoranze etniche. Il parlamento europeo si rivolgeva ai governi nazionali e ai poteri regionali invitandoli a porre in opera una politica nei campi dell'istruzione, dei mezzi di comunicazione di massa, della vita pubblica e dei rapporti sociali. Indicava inoltre alla Commissione (ossia al Governo) della Comunità europea di prevedere, nel quadro dell'educazione linguistica, progetti - pilota destinati a verificare i metodi di educazione plurilinguistici e raccomandava che il Fondo regionale finanziasse progetti rivolti a sostenere le culture regionali e popolari e a soddisfare le aspettative delle minoranze etniche e linguistiche europee. Per di più, il Parlamento europeo riteneva che la presenza dei mezzi di comunicazione di massa, tanto potenti, fossero indispensabili per un buon esito e, in generale, perché le minoranze etniche - linguistiche avessero strumenti di sostegno e di comunicazione delle loro culture. Si doveva assicurare, dove non ancora possibile, il diritto delle minoranze ad accedere alla radio e alla televisione con programmi autonomi e nella propria lingua, non limitati ai notiziari, ma estesi a tutti i settori nei quali le minoranze possono manifestare, nel confronto aperto, le loro specifiche culture.

Nonostante le istanze, raccomandazioni, proposte emerse nel Convegno internazionale di Nuoro - Alghero, l'odissea della lingua sarda continuò senza ascolto. Soltanto nel 1989 fu presentato al Consiglio regionale della Sardegna un disegno di legge su "Lingua e cultura sarda". Cadde in assemblea. Sui consiglieri più che la lingua poté la caccia al voto per la successiva legislatura. Nuova proposta su "Lingua e cultura" nel 1994, approvata dal Consiglio regionale con risicata maggioranza, respinta dal Governo italiano e dalla Corte Costituzionale alla quale la Regione aveva ricorso. Infine, nuovo testo di disegno di legge nel febbraio del 1995, approvato dal Consiglio con i voti dell'intera maggioranza e di gran parte della minoranza. Approvato anche dal Governo italiano nel 1997, dopo venti anni dalla prima proposta di legge nazionale di iniziativa popolare del 13 luglio 1978.

33 - La legge regionale n. 26 del 15 ottobre del 1997, consente di riconoscere qualche merito alla Regione, dopo tante incomprensioni, opposizioni e demeriti. Al fine ha risposto agli stimoli e alle insistenze venute da forze culturali e politiche, dai media, dai sindacati e da esponenti avvertiti della società civile sarda.

Insomma, la coscienza dei valori di radice ha toccato anche l'istituto regionale per lungo tempo inerte e sordo agli appelli. E' riemerso dal profondo delle origini il valore dell'identità del popolo sardo. Una vittoria dell'autonomia innata nel codice genetico dei sardi.

A fondamento della legge n. 26 sta "l'assunzione dell'identità del popolo sardo come bene da valorizzare come presupposto fondamentale di ogni intervento rivolto al progresso personale e sociale". Come "bene fondamentale" la lingua sarda è inscritta nell'articolo 2 del titolo I, riconoscendole "pari dignità rispetto alla lingua italiana". La Regione pone la lingua sarda quale parte integrante della sua azione politica con impegno conforme ai principi di pari dignità e del pluralismo linguistico sanciti dalla Costituzione e a quelli che sono alla base della Carta dei diritti delle minoranze etniche. Il dispositivo della legge, quanto all'insegnamento della lingua nelle scuole sarde, prevede soltanto una forma di sperimentazione sullo studio della stessa con progetti formativi da adottare nelle scuole materna, elementare e superiore, nell'ambito dell'esercizio dell'autonomia didattica. Si potrà inoltre usare la lingua sarda come strumento veicolare in tutte le aree formative, in tutti gli ambiti disciplinari, e formulare programmi educativi biculturali e bilingui. Quanto ottenuto non è di certo tutto quello che si chiedeva e si chiede. Non è appagata l'istanza primaria, cioè l'insegnamento della lingua e la lingua sarda usata anche nell'apprendimento delle varie discipline. Insomma il bilinguismo è ben lontano dalla realizzazione. Ma lingua e cultura sarda escono dalla clandestinità e sono riconosciute e garantite con un atto formale che consente di operare legittimamente nella scuola e altri spazi, seppure angusti.

L'orizzonte operativo in autonomia viene ora allargato e la ragione fondamentale della rivendicazione per la Sardegna di entità etnica - linguistica minoritaria è stata soddisfatta dalla legge nazionale sulla tutela delle minoranze etniche linguistiche nel nostro paese, approvata dai due rami del Parlamento e promulgata in questo anno 1999: anno "benedetto" per lo specifico, ultimo dello sciagurato "secolo breve". Ce ne è voluto del tempo - ventotto anni - per vincere una giusta causa sollevata dalla delibera, ormai diventata storica, della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Ateneo cagliaritano adottata il giorno 28 febbraio del 1971.

Questi due provvedimenti legislativi, tanto sofferti nella lunga attesa, e che ora ci sono, segnano eventi memorabili nella storia della autonomia sarda. Essi vengono a compensare amarezze e delusioni per le non poche defaillances alternate a non molti successi della Regione statutaria di cui or e da poco, si è celebrata la ricorrenza cinquantennale con toni purtroppo non esaltanti. L'autonomia regionale, arricchita da questi nuovi e fondati contenuti, può aprirsi a compiuti traguardi, segnare una svolta uscendo dal buio che oggi la avvolge per circostanze ambientali e debolezze politiche, e rilanciarsi per operare per il bene dell'isola. Occorre superare l'attuale sconcerto, richiamandosi, per conforto, alla memoria storica e al suo percorso millenario su due "costanti": la "costante resistenziale" e la "costante autonomistica". Quest'ultima è assimilabile a un corso d'acqua in un terreno carsico, che per lo più fluisce all'aperto e ravviva la terra e la gente e la fa crescere liberamente, ma a tratti si ingrossa sfuggendo a cose estranee che tendono a corromperlo e ad essicarlo, per riemergere quando il pericolo è cessato.

Nel senso di questa metafora, va l'augurio che la Regione sarda si imbarchi, navigando serenamente verso il III millennio, e che, giunta a quel porto, riprenda il cammino, per vie nuove, e le opere sino  a quando, sentendosi giunta al termine, si tramuti da Regione in Nazione.

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