Unione per il Mediterraneo: l'intervento del presidente Ganau

23/09/2018

Benvenuti e benvenute nella nostra terra, per l’Assemblea sarda è una grande occasione ospitare in quest’aula la commissione politica dell’Assemblea parlamentare dell’Unione per il Mediterraneo, presieduta dall’onorevole Soru che ringrazio per aver voluto che la Sardegna fosse sede dei vostri lavori.
Il Mediterraneo è da sempre spazio di reti e connessioni, si è fatto luogo naturale di incontro tra popoli e comunità con radici diverse, e la storia della Sardegna è storia dell’identità mediterranea: fenici, cartaginesi, romani, bizantini, siamo stati crocevia di culture differenti e siamo figli e figlie di questa multiculturalità.
La nostra Regione ha intessuto importanti relazioni con i paesi del Mediterraneo, siamo stati e siamo tra coloro che fortemente credono nella necessità di creare una macro regione del Mediterraneo occidentale, convinti che solo una visione politica che superi gli steccati territoriali possa essere veramente efficace in termini di crescita sociale ed economica.
Oggi affrontiamo sfide globali che impongono il superamento degli egoismi degli stati ottocenteschi e rendono necessario la promozione di nuove forme di dialogo tra popoli dove la soluzione è la cooperazione tra territori simili sulle criticità condivise (disoccupazione, spopolamento, mobilità, economia circolare).
Viviamo un momento politico complicato e siamo preoccupati per il ritorno del nazionalismo e per la deriva di un’Europa sempre più egemonizzata dalle forze che mirano a distruggere il senso dello stare insieme.
Il disincanto populista accomuna elettori di destra e di sinistra in un dibattito che riguarda non solo l’unione europea ma il mondo intero.
In questo mondo diventato incerto dove aumentano le diseguaglianze e la povertà i cittadini sono spinti a chiedere sicurezza, sicurezza alimentare, della salute, sicurezza contro la violenza cieca del terrorismo e in nome della sicurezza sembrano disponibili a sacrificare qualsiasi diritto fondamentale, come quello all’asilo, in una deriva pericolosissima che ci rende in realtà tutti meno liberi e sicuri.
Tanto più sono preoccupato perché consapevole che i movimenti nazionalisti sfruttano a loro vantaggio le promesse mancate dell’Europa, che oggi appare, purtroppo, solo tecnocrazia e budget senza alcun ideale.
La domanda di sicurezza esiste ma non è prioritaria, prima vengono altri bisogni come il lavoro, la salute ed è l’incapacità degli stati di rispondere a questi bisogni il vero problema.
In periodi di crisi come quello che attraversiamo è più facile prendersela con qualcuno che riflettere sulle cause e in un sistema in cui gli stati regolano le proprie azioni, esclusivamente in base al mercato, è normale che il disoccupato guardi il migrante come un concorrente e non come una persona con cui condivide qualcosa.
Per noi che siamo terra che ha conosciuto l’emigrazione per fame, per povertà e che ancora oggi vede emigrare i suoi e le sue giovani alla ricerca di una futuro migliore è irricevibile una visione cieca che alimenta la paura verso chi ha cultura, religione, colore della pelle differente, è irricevibile il tentativo di rinunciare alla solidarietà come elemento fondante dell’Unione Europea e dei rapporti internazionali.
Dico chiaramente che non condivido la posizione che l’Italia sta assumendo in Europa e l’asse tra il nostro governo e l’Ungheria di Orban, e spero vivamente che il Consiglio europeo dia seguito alla procedura di infrazione sullo stato di diritto per l’Ungheria come richiesto dal Parlamento di Strasburgo ex art. 7 del Trattato di Lisbona.
Perché se le cause che hanno prodotto fascismo e nazismo sono passate le condizioni che le hanno rese possibili sono sempre uguali.
Quello che si dice sull’islam oggi comincia a somigliare sempre più a quanto si diceva di altri popoli negli anni 30, certo oggi il consenso verso la democrazia è più forte di allora, ma il mondo moderno è anche quello dei totalitarismi.
Sono convinto che sui migranti l’Europa si gioca quel minimo di credibilità che le rimane se consapevole che questo esodo è determinato oltre che dallo sfruttamento coloniale e indiscriminato del continente Africano, dalle scelte geopolitiche degli ultimi 35 anni.
La politica non può limitarsi a cercare soluzioni dignitose di accoglienza, ma deve avere il coraggio di porsi il problema della pacificazione delle aree.
L’Europa deve essere artefice di una politica internazionale autonoma e ragionata. L’Europa, e l’Italia per prima, sono state la culla della democrazia, ma oggi ne affrontiamo la crisi: quello che rimane è una democrazia a bassa intensità nell’assicurare i diritti umani per chi attraversa i luoghi e non luoghi nella più piena solitudine.
Una democrazia che chiude i porti ai bisognosi, che riflette il proprio egoismo punendo le differenze, che sta perdendo umanità, che volta le spalle al futuro e che getta in mare corpi e speranze.
Una democrazia a bassa intensità che tiene il manganello in una mano e l’altra nel portafoglio dei migranti.
La politica ha il dovere di essere chiara e mai ambigua, perché lo smarrimento e la mancanza di un’azione compiuta, alimentano le paure.
Spetta a noi essere capaci di ricostruire una democrazia che cammini a testa alta, a noi il coraggio di teorizzare i diritti e i doveri dei migranti, e parlare del ruolo che questi possono svolgere per lo sviluppo del nostro Paese.
La Sardegna non si sottrae ai suoi doveri di solidarietà e si interroga su come affrontare il problema con una visione che non può essere quella del proprio mandato elettorale. Sono allo studio programmi funzionali all’integrazione, corsi di lingua, inserimenti dei bambini stranieri a scuola e attività sociali di coinvolgimento nella vita attiva delle comunità.
Costruire politiche di accoglienza significa creare opportunità per entrambe le parti. Questo non ci sottrae dall’affrontare l’oggi con le necessità dei cittadini di non sentirsi soli, con le difficoltà economiche delle amministrazioni a sopportare il costo di politiche reali di integrazione, nella creazione di una pacificazione sociale che impedisca una guerra tra disperati.
Oggi vorrei che dalla nostra isola posta al centro del Mediterraneo, di questo mare che è il nostro orizzonte comune, ma dove ogni giorno troppe persone perdono la vita, partisse un messaggio politico chiaro e forte a tutti gli stati membri della Ue e dell’UpM: i diritti umani e le libertà fondamentali degli esseri umani vanno tutelati sopra ogni cosa al di là della nazionalità, dello status giuridico di ciascuno.
Serve uno sforzo immane comune, ma l’umanità ha superato già sfide simili in passato e può vincere.
Con questo auspicio vi auguro buon lavoro.


Gianfranco Ganau
Presidente Consiglio regionale della Sardegna